FRANCESCO MILIZIA
"Ciascuno deve scrivere la vita di se stesso continuamente per
isforzarsi sempre di migliorarla, e per dare a' Posteri memorie
facili e sicure...", cosė scrive il nostro illustre concittadino
Francesco Milizia nelle sue "Operette di istruzione e di piacere".
Mantenendo fede a tale principio cosė seguitava: "La mia patria č
Oria, piccola cittā di Terra d'Otranto nel regno di Napoli. Nacqui
nel 1725 ....". Ed č questa l'unica opera in cui l'illustre teorico
traccia un breve bilancio della sua vita. Egli stesso, con orgoglio,
dichiara di essere stato figlio unico "della pių nobile e ricca
famiglia di quella bicocca" e di essere stato condotto a nove anni a
Padova, presso lo zio Domenico, che era medico. Qui studiō ("assai
male"egli stesso ammette) le belle lettere e, dopo sette anni,
disgustato dallo zio, si rifugiō a Bobbio, presso Piacenza. Dopo
diverse peregrinazioni a Pavia, Milano e Roma, giunse a Napoli, dove
studiō logica e metafisica presso l'abate Genovesi, e fisica e
geometria presso il celestino Orlandi. Dopo aver tentato invano di
raggiungere la Francia, si fermō a Livorno, per mancanza di mezzi, e
ritornō a Oria, dove si ritirō in una casa di campagna per studiare
le scienze. A 25 anni, sposō Donna Teresa Muzio, nobildonna di
Gallipoli, dove risiedette per qualche tempo. Con la moglie si recō
ancora a Roma, dove iniziō a studiare architettura "senza saper
neppure disegnare". "Innamorato di quest'arte "scrisse le Vite degli
Architetti pių celebri", opera che, insieme a molte altre, ebbe un
notevole impatto tra il pubblico. E' a Roma che scrisse le sue opere
pių importanti e che iniziō a battagliare con gli eruditi del tempo,
attirandosi la vigilanza della Santa Sede e l'ammirazione di molti
studiosi. Fu amico del pittore filosofo Mengs, di cui per volere di
colui che Milizia definisce il " suo mecenate"; don Nicola de Azara
(ambasciatore di Spagna a Roma), si adottō a compilare le opere.
Malinconicamente cosė scrive il Gamba: "Nel 1798, quando Roma era
nel disordine, egli viveva tranquillamente nel suo gabinetto, dove,
sorpreso da un reuma, che presto si cangiō in polmonite, cessō di
vivere nel mese di marzo, compianto dagli amici, dai professori e
dagli amatori sinceri delle sue belle arti": A sancire il valore
elevato del suo ingegno illustri personaggi, tra cui il Gioberti, il
quale scrisse: "Nelle arti il giudizio diritto e sicuro di F.
Milizia e l'ingegno straordinario del Canova, cominciarono un'etā
novella e educarono al vero bello il gusto della nazione". Un altro
illustre teorico del tempo, il Cicognara cosė seguita a scrivere: 'V
opera del Milizia rovesciō il sistema di pensare in materia d'arte".
Ed, infatti, nei suoi scritti giudicō aspramente le esuberanze
barocche e ancor pių le fantasie settecentesche, indicando insieme
al Winckelmann e al Mengs, come unica forma d'arte degna di essere
chiamata tale, il classicismo. Ardente ammiratore del Rinascimento,
m cm vedeva attuati i canoni del "bello ideale", di lui si ricordano
i giudizi discussi e discutibîli su Michelangelo e sul Borromini,
definito "matto frenetico". Ciononostante, č il Gamba ad esprimere,
meglio di chiunque altro, la sintesi della sua opera e del suo
contributo alla cultura italiana ed europea: "Si rimprovera al
Milizia di essere stato ne' suoi scritti acre e mordace, ma intanto
le sue opere si leggono con aviditā, le sue teorie hanno fatto nelle
arti belle una fortunata rivoluzione, il suo nome č rimasto caro a
chiunque o vuol costruire con gusto, o vuol viaggiare con frutto, o
vuol erudirsi senza pedanteria".